Lunedì 11 novembre, la comunità monastica di Sant’Anselmo ha celebrato il 119 ° anniversario della dedicazione della Basilica di Sant’Anselmo, con il Priore Mauritius Wilde a presiedere la messa della comunità.


Cari fratelli e sorelle,

è stata volontà di papa Leone XIII costruire il monastero di Sant’Anselmo e anche questa chiesa. Il papa ne ha sostenuto finanziariamente la costruzione in modo molto generoso; ed era anche interessato personalmente a come procedevano i lavori. Poiché all’epoca non poteva lasciare il Vaticano, osservava la costruzione dell’edificio dall’osservatorio del Vaticano, con un telescopio.

“É giunto il momento in cui né su questo monte, né in Gerusalemme adorerete il Padre”, dice Gesù nel vangelo, e aggiunge: “è giunto il momento, ed è questo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità.”

In realtà, tutte le letture che la liturgia ci offre riguardo alla solennità della dedicazione di una chiesa, parlano del fatto che la chiesa sia più di un luogo, che la Chiesa trascenda il luogo fisico, i muri, e si manifesti nelle pietre vive e nello spirito.
Io però, meditando su questa bellissima festa, mi sono trovato catapultato indietro, ancora al luogo, ancora alle mura. Come chiede il profeta Samuele: “Ecco i cieli e i cieli dei cieli non possono contenerti, tanto meno questa casa che io ho costruita! Ma è proprio vero che Dio abita sulla terra?” Sì, è vero. Abita sulla terra. Come è vissuto sulla terra, Dio incarnato, così oggi abita nella sua chiesa, anche nelle nostre chiese fisiche.

Veramente, proprio la chiesa fisica è un regalo da ammirare, per non parlare della Chiesa che siamo noi come pietre vive, come comunità, come corpo di Cristo, come tempio spirituale. Sì, anche le pietre, i muri, lo spazio, la casa concreta: ci sono stati regalati come manifestazione della presenza di Dio. Non dobbiamo dare per scontato che abbiamo questa chiesa qui, così grande, così bella, la nostra chiesa, creata per noi Benedettini, qui all’Aventino.

Dico questo pensando a un’altra realtà odierna: in alcune parti del mondo ci sono chiese che vengono attaccate, e persino bruciate. E c’è di più, almeno in Europa: tante chiese vengono secolarizzate. Vengono vendute oppure demolite. Vengono trasformate in musei, in supermercati, in ristoranti, oppure hotel. Ho visto confessionali che adesso vengono usati come banconi di bar.

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Quindi, non è una cosa scontata, naturale, avere una chiesa, anche i muri. Significa:

  • Avere un posto in cui si può fuggire per pregare, di fronte al tabernacolo, di fronte alla madonna.
  • Avere un luogo che ci fa riprendere fiato dopo le lezioni, dopo il lavoro manuale o in ufficio.
  • Avere uno spazio in cui possiamo celebrare le lodi ordinarie, le mattine ordinarie con gli occhi ancora mezzo chiusi,
  • ma anche uno spazio dove si può praticare la nostra liturgia benedettina, con tanti ministri in grande solennità, però in semplicità.
  • Avere un organo, che suona bene.
  • Avere uno spazio in cui gli sposi possano promettere il loro amore per sempre.
  • Avere un luogo dove anche i visitatori, i turisti, “si perdono”, trovandosi alla fine delle strade dell’Aventino, e magari trovando un po’ di quella tranquillità, di quella serenità che soltanto Dio può dare.
  • Avere un posto che rende possibile l’incontro con Dio.
  • Avere una casa in cui vive, abita il nostro Dio.

Questo è un regalo straordinario. Come Benedettini siamo abituati ad avere una chiesa per noi, quasi come fosse il nostro soggiorno, il nostro salotto. Però, mi sembra, è una cosa a cui non bisogna abituarsi. Dio è fra noi, manifestamente. Dio abita sulla terra. Possiamo essere grati anche per queste mura.

Sicuramente, dietro questi muri ci sono le persone che si prendono cura di questo spazio sacro:

  • il rettore della chiesa,
  • i volontari che la puliscono,
  • l’amministrazione che paga per elettricità.
  • il confratello che si occupa dei microfoni,
  • il direttore dello sviluppo che contribuisce ai miglioramenti importanti,
  • e naturalmente NOI, che preghiamo qui.

Noi, insieme con queste mura, siamo la chiesa – viva.

  • Dal campanile suonano le campane e ci chiamano alle preghiere.
  • I muri trasmettono il suono; ci danno l’acustica necessaria per il canto gregoriano. Certo, potremmo anche cantare per strada, però…

Grazie a queste mura abbiamo anche la storia con noi, la vita dei nostri fratelli che erano prima di noi:

  • i confratelli di Beuron che hanno creato i mosaici.
  • I fratelli di San Paolo fuori le mura che ci hanno regalato queste enormi colonne di granito, prese dalla loro vecchia chiesa per la nostra.
  • C’è il genio del primo Abate Primate, Hildebrand de Hemptinne, che ha creato il disegno di questa chiesa.

L’11 novembre 1900, il segretario di Stato di Papa Leone, cardinale Mariano Rampolla, ha officiato il rito di dedicazione di questa chiesa alla presenza di altri 12 cardinali, 16 vescovi, 52 abati, tutti i rettori delle università pontificie, e tanti ambasciatori.

Cari fratelli e sorelle, spero con la mia omelia di poter ungere un po’ questi muri come ha fatto il cardinale 119 anni fa. Però, come Benedettino ricordo anche la visione che ebbe il nostro Santo Padre Benedetto quando vide che il suo monastero sarebbe andato distrutto. Lui piangeva tanto. I muri sono transitori.

Il nostro Signore Gesù ha concluso la sua vita fuori da un tempio, appeso alla croce, esposto, a metà tra cielo e terra. Però, Dio non l’ha abbandonato. Anche noi siamo sulla terra, ma preghiamo nello spirito. Dio non ci abbandonerà mai. Troveremo sempre uno spazio per pregare e per cantare, nello spirito e nella verità.